Mordheim 2642

Vento umido, malsano stava soffiando attraverso la pianura: aveva il sapore fangoso dell’inverno alle porte.E fortunatamente non soffiava dalla Città Maledetta, ma dalle pianure alle sue spalle, dove lo Stir fluiva letale e silenzioso sotto i suoi argini.Il freddo e quella fottuta bruma rendevano gli abiti rattoppati come sudari, le corazze ammaccate come fragili gusci, gli uomini stesi a riposare come sacchi informi di stracci.

Il loro era un ben misero accampamento, la fame che rigava i volti dei suoi armigeri, il silenzio che sapeva di sconfitta, la ruggine delle armi che odorava di stanchezza. Ma loro erano solo la punta di lancia della Falange di Drachenfels, i primi ad arrivare. E i loro sguardi erano acciaio.

Hartmut Roth, Reiter della Falange di Drachenfels adesso. Apprendista carbonaio prima di partire. Braccia come tronchi, pelle indurita dalle intemperie. Serio e solido come un armadio di quercia, teneva tutto dentro, silenzioso come una notte invernale, mai una risata o uno scherzo. Uno su cui contare quando gli Eroi si cacavano sotto.

Udo Zuckerman, Reiter già sotto il Margravio di Drachenfels, la sua vita era stata quella del soldato. Guerre e donne, battaglie e birra. Poca immaginazione,nel bere, nel chiavare e nell’ammazzare. Era attento e pronto, lucido come un moschetto Hocland, ordinato come una carica di Blazing Suns.

Botho Calvin e Mongo Klein: due giovani orfani, due superstiti. Si erano uniti alla Falange quando questi erano passati da Erfurt, un villaggio devastato dalla furia eterna del Chaos. Calvin era stato trovato nelle cucine della taverna devastata, dietro il corpo di quello che una volta era stato un contadino bretoniano, deturpato dalle arti oscure. Klein era stato trovato nel tempio di Sigmar del villaggio, in piedi, pronto a far scudo con una spada arrugginita ad alcune donne, sguardo terrorizzato ma polso fermo. Poca esperienza, tanta determinazione. Si sarebbero fatti.

Eugen Berger e Friedhelm Harald, guardiacaccia del Margravio, amici da sempre. Pronti allo scherzo e alle risate, uccidevano uomini come animali e animali come uomini, ridendo per i primi e piangendo per i secondi.Helmut Rolf, giovane apprendista dell’armaiolo di Drachenfels. Si raccontava che la madre, erborista ormai defunta del villaggio, in una notte di luna piena, avesse curato un Elfo Silvano a caccia di lupi mannari. Questi, per sdebitarsi, aveva chiesto in dono la vista ad un’aquila per donarla  a suo figlio.

Elmar Kellerman, guardavia che avevano incontrato sulla strada per Kemperbad: era intento a fumare una pipa mentre inchiodava ad un olmo due zombie. Con arco e frecce. A 70 yarde di distanza. Un posto da arciere e una divisa per lui li avevano trovati in fretta.

Heinrich Zahn, Volkerd Auer e Veit Koch. Uno alto e ascetico, l’altro gioviale e muscoloso ed il terzo silenzioso e agile. Tre maledetti damerini sempre intenti a altercare: sulle donne, sulla guerra, su Sigmar e Ulric e sul tempo.

Erano di ritorno dall’’Accademia di Altdorf quando avevano trovato l’avanguardia della Falange impegnata a non soccombere di fronte a una banda di una trentina di uomini bestia. Quegli esecrati bastardi, senza smettere di discutere l’un con l’altro, avevano assalito gli uomini bestia da dietro  in un turbine d’acciaio damascato. Colpo obliquo incrociato, andata, ritorno. Ascendente obliquo, affondo frontale, fendente ad arco tornante. La risposta degli uomini bestia fu una fuga frettolosa ed uggiolante, con quattro dei loro uccisi in un battito. E quei fetidi impomatati non ebbero neppure il garbo di chiedere di unirsi alla Falange. Lo fecero e basta. Ma che diamine!

E poi c’era lui, Konrad Von Hoffmansthal, figlio di Augustus Manheim Von Hoffmansthal, Borgomastro di Drachenfels. Ucciso dalla mano putrescente di un reietto. Il reietto che aveva promesso di abbattere al Margravio di Drachenfels.

Erano partiti dallo Schloss Drachenfels al seguito dell’esercito del generale Kurt Helborg, capitanati da Friedrich Von Schiller, figlio del Margravio di Drachenfels  che coi suoi grigi occhi rifulgenti scrutava oltre  passi montani che li avrebbero portati in terra straniera. Trombe squillavano nell’aria primaverile, vessilli sventolavano al sole, mentre lui e i Reiter assoldati dal Margavio Klaus Eiberr Von Schiller marciavano verso la gloria tra profumati petali di fiori e ridenti baci di giovani dame che guardavano adoranti gli occhi grigi del Principe Schiller.

Ma era la rovina che li aspettava oltre il confine di Bretonnia, una rovina purulenta che covava nelle loro fulgide fila. Non una rovina per l’esercito, ma una rovina per gli uomini.Arrivati in terra bretoniana avevano marciato alcuni giorni prima di incontrare una vera resistenza. Ma non fu solo resistenza: fu tragica disfatta. La battaglia era nelle loro mani, il vecchio Kurl stava danzando una danza di morte coi movimenti studiati delle sue truppe, al suono della sua spaventosa artiglieria. I fanti dell’esercito bretoniano fuggivano falcidiati dalle loro picche, mentre con quei loro maledetti archi lunghi cercavano di arginare la marea delle truppe imperiali. Ma proprio nell’attimo in cui stavano per tracimare e spazzar via quella marmaglia, le lance della cavalleria Bretoniana li avevano inchiodati, frantumando ogni speranza di vittoria. Il Generale li aveva condotti in una ritirata ordinata, lasciando ai suoi maghi il compito di proteggere le loro mosse.

La loro Compagnia aveva retto l’urto e tutto sembrava andare per il meglio nonostante la ritirata: pochi caduti, pochi feriti, il morale ancora alto, e il Principe Friedrich che sorrideva di fronte alla forza dei maghi imperiali che, soli, tenevano in scacco un intero esercito.

Erano seguite settimane di marcia, sempre più addentro alle terre bretoniane, per poter distrarre le oro forze e i loro baroni dai passi e poter tornare nelle terre dell’Impero, sconfitti ma non distrutti. In queste settimane, dure e faticose, lui aveva pian piano dovuto prendere il posto del principe Friedrich a capo della Falange: oramai il principe passava sempre più tempo presso le tende dei maghi imperiali.

Era preoccupato di questo, ma un semplice Reiter che diritto aveva di rimproverare il suo principe? Poi arrivarono a Mousillon e alle sue fetide paludi. Fu lì che il Principe Friedrich sparì.

Quando l’esercito si mosse per proseguire, la Compagnia di Drachenfels  rimase a cercarlo. Invano.Fin quando non incontrarono una carovana sventrata di guitti. Tra stoffe lacerate e legname bruciato, solo uno dei guitti era ancora in vita, anche se morente.

Oh, si, lo avevano risparmiato per raccontare l’orrore, per svelare il male che camminava sulla terra. Aveva cantato canzoni, aveva narrato le storie. “Tra i sepolcri di Mousillon una porta era stata aperta, una porta dimenticata, una porta maledetta”. Rise singhiozzando. Lo aveva raccontato, non ci aveva creduto. Adesso credeva e non l’avrebbe più raccontato. Rise di se, rise delle sue speranze, piangendo i suoi cari. Oh, si, lui l’aveva visto: tra risate dei suoi cari e canti estivi, vide che arrivava un viandante su un cavallo nero come la notte, macilento come un fiore seccato dal sole, che cullava tra le braccia un fagotto di stracci. E poi aveva alzato il viso sorridente, mentre un drappo di silenzio ornava di orrore i loro volti di fronte alle orbite sventrate di quel viso sorridente. E il mezzodì diventò tenebra, e dalla tenebra sgorgarono ombre.

Nel vorticare di ombre e carni lacerate, tra viscere e urla, vide estrarre da quel fagotto di stracci un idolo ghignante dalle orbite insanguinate. L’Idolo maledetto, rovina di Mousillon. La Falange seppellì i poveri resti e si mise sulla via del ritorno, non parlando di quello che era più che un sospetto. Il ritorno fu lungo e stremante. Ma le sofferenze iniziarono quando arrivarono a Drachenfels. Lo Schloss era sventrato, la guarnigione distrutta, le case bruciate.Trovarono il Margravio inchiodato al portone dello Schloss, ancora vivo , ancora gemente, mentre piangeva lacrime,, per un figlio che non era più suo figlio. Quali lacrime potevano piangere delle orbite vuote per un cuore oramai vuoto se non lacrime di sangue e pus?!?Cercarono i loro cari tra macerie e cadaveri, mentre corvi neri venivano a cibarsi.

Suo padre il Borgomastro era riverso nella fontana della piazza, il petto squarciato, le orbite vuote. Pianse lacrime da adolescente. Aveva temuto la sua cintura, aveva dileggiato i suoi modi composti, ma lo aveva amato: era stato un buon padre e un marito premuroso.

Con passo pesante, due giorni dopo, dopo aver bruciato i loro cari in un funerale solenne, fatto per un massacro atroce, andò al capezzale del Margravio. Continuava a singhiozzare mestamente, col peso di una colpa non sua a gravargli sul petto.

Al cospetto di notabili e langravi Klaus Eiberr Von Schiller fece il suo testamento:  “Konrad figlio di Augustus, conoscevo tuo padre da una vita, mi ha sempre servito bene. Così come hai fatto tu fino ad ora.Ti chiedo di farti carico di  cancellare il male che possiede le carni di

mio figlio dal mondo. A te affido il comando della Falange di Drachenfels, ma

sei bandito da queste terre fin quando non avrai purificato la mia stirpe. Se tornerai con l’anello di mio figlio  il titolo di Margravio di Drachenfels sarà tuo.”

Konrad guardò il Margravio, annuì e sputò, uscendo tra sguardi sconcertati e preoccupati. La dea Myrmidia lo preservasse!!! Lo aspettava una quantità di lavoro da svolgere! La sua mente tornò al presente. Era lì con una manciata di uomini, l’avanguardia della Falange di Drachenfels. Se quella baldracca che li aveva traghettati da questa parte dello  Stir  non gli avesse preso tutto tranne le armi, avrebbe potuto anche godersi l’attesa immaginandosi il sorriso del Principe Reinhard mentre lo strozzava con le sue budella.

Enrico - Eroi M12 Enrico - Truppa M12

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